La croda

La montagna, la natura, i viaggi, la vita

sabato 18 ottobre 2008

Un pellegrinaggio all'inferno

Tirava vento e faceva freddo. Era un giorno di fine inverno, se non ricordo male, ed io ero poco più di un ragazzino in compagnia di altri attempati signori prossimi ai sessanta. Era la prima volta che arrampicavo a Gavi; anzi, era una delle prime che arrampicavo tout court: sapevo fare un paio di nodi e basta.

Non credevo che a Gavi si potesse arrampicare, poiché fino ad allora quel paese, insieme a Voltaggio, era solo il punto di riferimento dei miei giri in bicicletta; all'andata sapevo che di lì incominciavano le salite: Capanne di Marcarolo, Piani di Praglia e via le altre montagne; al ritorno mi fermavo sempre a fare l'ultima bevuta alla fontana in piazza. Poi, filato verso la pastasciutta della nonna. Quel giorno ho scoperto che avevo una falesia dietro casa. Si tratta di una scogliera di arenaria, non tanto alta in verità, ma che spesso piega in strampiombo con vie fino all'8a+. Nulla di impressionante, ma all'epoca gattonavo sul 5b e mi misi a contare la distanza che mi separava da quei livelli: 5c, 6a, 6b, 6c...mi sentivo una pulce e quando poi mi fecero sapere che esiste anche il 9a e, forse, il 9b, smisi di contare e incominciai a considerare che il VI grado con le corde di canapa e gli scarponi di cuoio esiteva oramai solo nei racconti di mio padre. Non vedevo l'ora di poterlo sconvolgere con gli aggiornamenti appena scoperti.

-Fidati delle scarpette! capito?

Ho dimenticato quante volte mi è stata urlata questa frase quel giorno.

- Fidati della roccia!

Fidarsi, una bella parola, con quella maledetta arenaria che si sgretolava solo con lo sguardo, patinata da un simpatico velo di rena. Tornai a casa un poco deluso, avrei desiderato qualsiasi cosa tranne quelle placche sabbiose e tutte bucherellate dall'erosione. Ma non sapevo che Gavi sarebbe diventato, per una serie di vari motivi, uno dei miei luoghi del cuore.

È vero, la roccia di Gavi consuma le corde, lima la suola delle scarpette, se la percuoti suona a morto e ogni tanto qualche spit si muove, d'estate è una fornace e ci sono zecche, lucertole e scorpioni, d'inverno è un frigorifero, con la nebbia diventa umida e scivolosa, con la pioggia un pastone di fango. Quest'estate mi sono sentito dare del folle, e a ragione, perché ogni volta che tornavo a casa da Gavi passavo un buon quarto d'ora di spidocchiamento prima della doccia: non c'era giornata in cui non dovessi togliermi una zecca dalle gambe. A questa pratica seguiva la consueta disinfezione delle dita lacerate dai buchi taglienti e dalla sabbia, caustica: a casa mia i flaconi di Mercurocromo non durano più di sei mesi. Sembra le descrizione dell'inferno, ma senza quell'inferno non riesco più a vivere. E d'inverno, le domeniche la gente va a messa. Io no: quando il tempo è incerto non m'arrischio sulle Alpi, così prendo la macchina e in venti minuti sono alla falesia di Gavi. Quante volte il lontano riverbero delle campane domenicali mi ha fatto compagnia, quasi segno di un rimprovero! Ma Gavi è uno dei miei riti, il mio santuario pagano ove posso, e lì soltanto, ricevere offerte di merenda sinoira da personaggi surreali e riprendere energie con massicce dosi di barbera tra un tiro e l'altro, un inferno di cui sono affezionato pellegrino.





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